L'Antro Segreto

Mai scorgerai il mio volto viandante, chè d'ape ormai è la mia essenza. Solo la mia voce potrai udire, narrare storie antiche di Dee ed eroi. Come un sussurro, tra le nebbie del tempo.

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venerdì, 27 novembre 2009

La Discesa agli Inferi di Inanna

 
Secoli e secoli or sono, nell’antica e sacra Terra di Sumer, si narrava di come Inanna, potente Dea e Regina, si fosse una volta addentrata nel profondo Regno dei Morti e di come da esso sia riuscita a fare ritorno.
 
Innalzo il mio canto a te, Inanna, Signora del cielo e della Terra!
Innalzo il mio canto a Te, Inanna, Signora dell’Amore!
Canto la tua danza di discesa e risalita.
 
Fu così che avvenne.
Inanna viveva nel suo possente palazzo, in armonia con il suo sposo, Dumuzi.
Inanna, Signora dell’Amore, traeva piacere e godimento dal suo compagno, pur restando in sé stessa libera e potente e continuando a governare secondo il suo sentire.
Inanna, Signora del cielo e della terra, era felice e colma di splendore. Tuttavia sentiva una mancanza, in questa vita sempre uguale a se stessa.
E così decise che era giunto il momento di addentrarsi nell’oscurità e di andare a trovare Signora Morte.
 
Il canto di Signora Morte  richiama nelle profondità.
Il canto di Signora Morte è dolce come miele colante, è ineluttabile come l’infinito.
Non si può fuggire da esso.
Con esso si danza la danza selvaggia.
 
Si vestì dei suoi abiti più belli.
Lucenti gioielli le circondavano il collo ed i polsi.
I sacri Me, i poteri divini supremi, sfavillavano attraverso i suoi occhi.
Non aveva parlato a nessuno della sua decisone.
Nessuno sapeva dove fosse diretta.
Era un viaggio che doveva compiere da sola.
Ma, consapevole dei rischi che poteva correre in quel regno scuro e sconosciuto, all’ultimo decise di svelare i suoi intenti a Ninshuba, il primo ministro.
“Ninshuba, mio caro, amico mio fedele. Se entro tre giorni io non avrò fatto ritorno dall’abisso in cui per mia volontà mi immergo, appellati alle maggiori Divinità. Chiedi a loro di soccorrere la Splendente Inanna.”
Così disse Inanna.
E andò.
 
“Inanna, Signora dell’Amore.Vieni!
Inanna, Signora dal cuore immenso. Vieni!
Il mio canto ti chiama.
Il mio grembo, che è il tuo grembo, ti desidera.
Percorri, danzando, il sentiero che porta sino a me.”
 
Luci fievole illuminavano il cammino tortuoso.
Infinite scale.
Giù, giù, giù, sempre più in basso. Sempre più a fondo.
E scorse, infine, la Valle dei Sette Cancelli.
Al primo cancello il custode, Neri, la fece entrare e la spogliò.
“Sia tu Benvenuta, O Inanna! Signora Morte ti attende!
La Grande Corona che hai sul capo, io te la toglierò. Poiché questi sono i decreti della Signora della Terra”
E la corona fu tolta dal capo di Inanna.
Al secondo cancello il custode, Neri, la fece entrare e la spogliò.
“Sia tu benvenuta, O Inanna! Signora Morte ti attende!
Gli orecchini che hai alle orecchie, io te li toglierò. Poiché questi sono i decreti della Signora della Terra”
E gli orecchini furono tolti dalle orecchie di Inanna.
Al terzo cancello il custode, Neri, la fece entrare e la spogliò.
“Sia tu Benvenuta, O Inanna! Signora Morte ti attende!
La collana che porti al collo, io te la toglierò. Poiché questi sono i decreti della Signora della Terra”
E la collana fu tolta dal collo di Inanna.
Al quarto cancello il custode, Neri, la fece entrare e la spogliò.
“ Sia tu Benvenuta, O Inanna! Signora Morte ti attende!
Il pettorale che porti, io te lo toglierò. Poiché questi sono i decreti della Signora della Terra”
E il pettorale fu tolto dal petto di Inanna.
Al quinto cancello il custode, Neri, la fece entrare e la spogliò.
“Sia tu Benvenuta, O Inanna! Signora Morte ti attende!
La tua cintura pietre del parto, che cinge i tuoi lombi, io te la toglierò. Poiché questi sono i decreti della Signora della Terra”
E la cintura pietre del parto fu tolta dai lombi di Inanna.
Al sesto cancello il custode, Neri, la fece entrare e la spogliò.
“Sia tu Benvenuta, O Inanna! Signora Morte ti attende!
Gli anelli che porti alle mani ed ai piedi io te li toglierò. Poiché questi sono i decreti della Signora della Terra”
E gli anelli furono tolti dalle mani e dai piedi di Inanna.
Al settimo cancello il custode, Neri, la fece entrare e la spogliò.
“Sia tu Benvenuta, O Inanna! Signora Morte ti attende!
Il manto che ricopre il tuo corpo, io te lo toglierò. Poiché questi sono i decreti della Signora della Terra”
Il manto fu tolto dal corpo di Inanna che, nuda, si trovò finalmente nella Casa della Polvere,  al cospetto di Signora Morte.
 
Il suo sguardo pietrifica.
Il suo sguardo toglie la vita.
Il suo sguardo è silenzio ed immobilità.
Abbandonati e addormentati.
Nel regno segreto, gli occhi si chiudono in superficie.
 
“Vieni Inanna e guarda i miei occhi, che sono i tuoi occhi”
 
Ereshkigal era il suo nome.
Ad un solo sguardo Inanna fu come morta.
Venne quindi appesa ad un gancio e, così appesa alla volta della Casa della Polvere, fu lasciata a contemplare l’oscurità.
Ma i giorni passavano nel regno di Inanna ed al terzo giorno Ninshuba chiese aiuto agli Dei.
Ed Enki non lo negò.
Con ciò che aveva sotto le sue unghie creò quindi due esseri che chiamò Kurgurra e Kalaturra ed essi andarono negli inferi e portarono da mangiare e da bere ad Inanna che, così nutrita, ritrovò le sue forze.
 
Chi rimarrà nel Regno Inferiore ora?
Non si possono chiudere gli occhi del profondo.
 
Inanna, la grande sacerdotessa, ora libera e vitale, traboccante di linfa e di forza percorre l’inverso cammino.
Inanna, la figlia della luna, danza ora spiraleggiando verso l’alto.
Kurgurra e Kalaturra portano dinnanzi ad Inanna ogni divinità, una per una.
Inanna sa che gli Dei sono sempre stati buoni con lei, e non può permettere che uno di loro viva per sempre negli inferi in vece sua. Li libera ad uno ad uno.
E fu di nuovo la luce del sole.
In essa Inanna raggiunse Erech, la sua sacra cittadina.
E colmo di rabbia divenne il suo cuore quando vide il suo sposo, Dumuzi, insediato nel posto di comando che a Lei ed a Lei sola aspetta.
Sarà quindi Dumuzi.
Dumuzi scenderà nel Regno Inferiore.
 
Canto la tua rabbia, Santissima Inanna!
Canto la tua rabbia, che tutto rende sterile.
Canto la separazione degli sposi, che non produce frutti.
Canto la tua rabbia, Santissima Inanna!
 
Dumuzi chiuse quindi gli occhi al cospetto di Signora Morte.
E tutto sulla terra inaridì.
Ma Geshtinanna, la sorella di Dumuzi, la fanciulla ceppo di vite, coraggiosamente si avventurò nel vasto Regno Inferiore per chiedere la grazia per il suo amato fratello.
E fu così stabilito che Dumuzi per metà anno avrebbe dimorarato nell’oscurità e per il tempo restante avrebbe gioito in superficie.
 
Canto la morte e la resurrezione, Santissima Inanna, Signora del ciclo!
Canto il tuo viaggio di conoscenza.
Canto la riunione dell’oscuro e del luminoso.
 
Innalzo il mio canto a te, Inanna, Signora della Vita e della Morte!
inanna
 

Categorie: inanna

Scritto da: RunaDelGiglio alle 15:17 | La Mia Grotta | Lasciami dei commenti (4) |


venerdì, 27 novembre 2009

La Dea dei Papaveri

dea3

Dolce porta il riposo ai bambini.

Con lieve profumo chiude loro gli occhi e nella loro bocca instilla,  lieve, il sapore del sonno.

 

Quando è bianca e rosata è il sonno della coscienza. La ragione si disperde nei suoi labirinti infiniti e sale il Selvaggio con doni d’intuito profondo, isprazione e visione.

Porta messaggi nei sogni notturni e rende capaci di decifrarli. Per sé stessi, o per la comunità intera.

Con filtri e incanti si diletta.

Scioglie i fiori che ha sul capo e con essi cura le ferite dell’Anima e del corpo.

 

Canta la profonda essenza che sale in superficie. Canta la guarigione.

 

Quando danza rossa tra le spighe di grano dorato è la fanciulla che si riunisce alla madre dopo una lunga lontananza.

Dopo aver viaggiato nella terra delle Ombre ed aver mangiato il sacro melograno, dopo aver gustato l’oscurità, dopo aver richiamato il potere che le è proprio, eccola tornare nel sole nascente.

 

Canta l’Anima Selvaggia che torna a crescere sulle ossa.

 

Categorie: antico mediterraneo

Scritto da: RunaDelGiglio alle 10:09 | La Mia Grotta | Lasciami dei commenti (2) |


domenica, 15 novembre 2009

Shunga e McCurry

Runa e Nihil sono andati a vedere gli Shunga.
Sono stati un po' una delusione, a dire il vero.
Un po' tutti uguali.
E poi, a parere di Runa e Nihil, l'erotismo è ben altro che organi sessuali sproporzionati e rapporti a tre....
La cosa più bella sono stati i Kimono. Raffinati ed eleganti.
Troppo pochi però per rendere la mostra davvero degna ai loro occhi.

Per fortuna poi se li sono abbondantemente rifatti, i loro occhietti, con la mostra sublime di McCurry...
Colori mozzafiato, immagini toccanti, bellezze tragiche e radiose...
Assolutamente da vedere.
Assolutamente.

Milano ubriaca e stordisce.
Runa torna sempre frastornata da quel posto.
Ma felice per l'arte e la bellezza viste.
Felice anche perchè, sul treno del ritorno, ha potuto vegliare sul sonno di Nihil. La bellezza più meravigliosa di tutte, agli occhi di Runa.

 

 

 

Categorie: racconti e arte

Scritto da: RunaDelGiglio alle 16:31 | La Mia Grotta | Lasciami dei commenti (9) |


mercoledì, 11 novembre 2009

Nonna Ragno e Madre Terra

Premessa

Un giorno Nihil, entusiasta di alcune recenti letture, dice a Runa:
"e se creassimo una nostra cosmogonia, prendendo come modello quelle dei popoli antichi? Ognuno crea la sua, con i simboli che vuole".
Runa ne è entusiasta, ed ama tanto Nihil per queste sue propposte creative e stimolanti.
Nihil ha creato una storia bellissima con un pavone e una nuvola, e la arricchisce giorno dopo giorno di nuovi dettagli e poesie. é un peccato che, per ora, essa sia solo per gli occhi di Runa.
Runa invece ha immaginato quanto segue.
Lo scopo, è solo far sognare.

La Grande Antenata Nonna Ragno e la Grande Antenata Madre Terra

C’era una volta, nel vasto spazio vuoto e scuro, la Grande Antenata Nonna Ragno.
La Grande Nonna Ragno si sentiva un po’ triste, in mezzo a tutta quell’oscurità, e le sue zampe sottili ed agili erano stanche di camminare nel vuoto.
La Grande Nonna Ragno voleva creare.
Ma in quello spazio non c’era nulla che ella potesse plasmare.
Volse allora il suo sguardo all’interno di sé stessa e vide che il suo ventre era caldo e luminoso.
Il suo desiderio fu quindi di portare quella luce e quel calore al di fuori di sé stessa e così facendo diede vita al primo bellissimo ed argentato filo, e con tutti i fili e le ragnatele che creò diede forma alle stelle.
La Grande Antenata Nonna Ragno provava una gioia infinita a tessere fili argentati dalle sue viscere.
Le sue zampe tessevano e filavano e dal loro movimento ritmico prese forma e si espanse una musica dolcissima.
Alcune note dell’estatica melodia avvolsero gli ultimi fili argentati che la Nonna Ragno aveva tessuto e da quell’unione soffice ed armoniosa prese vita un corpo dalle forme morbide: la Grande Antenata Madre Terra.
La Grande Madre Terra si guardò intorno e si sentì immensamente felice perché ciò che vedeva era pura bellezza, e ciò che udiva autentica ebbrezza e quindi, mentre la Grande Nonna Ragno continuava a tessere contenta, si mise a danzare.
 
La Grande Antenata Madre Terra danzava e danzava.
Ed il suo corpo iniziò a mutare.
Le sue vene divennero fiumi d’acqua pura, i suoi muscoli fertile terra, la sua pelle erba verde profumata e fiori fragranti, alberi, cereali, verdure infinite e tutto quanto cresce e fruttifica.
Il suo grembo diventò oceano e mare profondo. Le sue natiche ed i suoi seni montagne e vulcani, colmi del suo fuoco interiore.
Le sue mani divennero arcobaleni, le sue guance nubi.
I suoi capelli divennero farfalle colorate, insetti, animali ed ancora fiori.
La Grande Antenata Madre Terra danzava in circoli continui, veloce, sempre più veloce e gioiosa.
E mentre danzava ed il suo corpo mutava iniziò a perdere le sue forme definite, ed a diventare tondo come i cerchi che compiva danzando.
E così la Grande Madre Terra non ebbe più piedi, gambe, braccia, o viso.
Essa divenne un cerchio perfetto.
Prima che il suo volto ed il suo corpo sparissero però, l’ombelico della Grande Madre Terra divenne il pianeta Venere, il suo occhio destro divenne il Sole ed il suo occhio sinistro divenne la Luna, perché ella voleva continuare a scorgere la bellezza che aveva visto la prima volta che aveva aperto gli occhi, ed anche quella creata dalla sua stessa carne.
 
La Grande Antenata Nonna Ragno aveva assistito con meraviglia al farsi tonda della Grande Madre Terra e fu commossa da tale incanto.
Da questa commozione delle gocce d’umore caddero dalle sue membra e divennero rugiada sull’erba verde.
Due di queste gocce, particolarmente grandi, si impigliarono a due fili argentati che la Grande Nonna stava tessendo, e cadendo così sulla terra divennero il primo uomo e la prima donna.
 
La Grande Antenata Nonna Ragno continua a tessere e a creare musica cosmica nello spazio stellato e la Grande Antenata Madre Terra continua la sua danza circolare, scaldata dal sole e baciata dalla luna, i suoi dolci occhi colmi di bellezza.

Categorie: racconti e arte

Scritto da: RunaDelGiglio alle 15:21 | La Mia Grotta | Lasciami dei commenti (6) |


martedì, 10 novembre 2009

VoceSenzaVolto

Una voce senza volto sussurra al tuo orecchio storie molto antiche...
Seguila, ed inizia a sognare...



http://gorgonemedusa.splinder.com

Categorie: racconti e arte

Scritto da: RunaDelGiglio alle 13:09 | La Mia Grotta | Lasciami dei commenti |


martedì, 03 novembre 2009

Marialuisa Sales

Semplicemente bellissimo.
Semplicemente un sogno.

 

Categorie: racconti e arte

Scritto da: RunaDelGiglio alle 10:28 | La Mia Grotta | Lasciami dei commenti (7) |


lunedì, 02 novembre 2009

Grazie

Ci sono Donne alle quali mi sento di dire GRAZIE con tutto il cuore.
Sapere che ci sono, anche se lontane, mi riempie di gioia.
Aver avuto l'opportunità, anche se per pochi giorni, di apprendere da loro, mi ha fatta volare e mi ha davvero arricchita tantissimo.
Farò tesoro di questa esperienza finchè non si ripresenterà, e io so che lo farà, perchè, con tutta me stessa, la cercherò.

 

 

Categorie: racconti e arte

Scritto da: RunaDelGiglio alle 11:53 | La Mia Grotta | Lasciami dei commenti (2) |


venerdì, 23 ottobre 2009

Pandora

 Fui una Dea.
Ma è passato così tanto tempo che a stento lo ricordo.
Ero un tutt’uno con la Terra.
Quando il sole brillava alto nel cielo azzurro e riscaldava la mia natura, io amavo i prati fioriti colmi di aromi, le fonti gorgoglianti, le erbe che curano e le chiare notti senza nubi.
Ma quando il sole veniva oscurato e la terra non donava i suoi frutti, allora ero colta dal gelo e attendevo il tempo in cui avrei posato nuovamente i miei piedi nudi sull’erba fresca e fragrante per ricominciare  a danzare.
Era un attesa colma d’amore.
Così passarono i giorni e gli anni, ed io divenni antica.
C’erano nuovi Dei, diversi da me, che poco a poco presero il mio posto. Ed io mi ritirai dinnanzi a loro che costruivano mura e città.
Restai nella natura selvaggia, e fui dimenticata.

Ma un giorno avvenne l’inaspettato.
Un titano creò gli uomini ed osò sfidare gli Dei.
E da quel momento ebbe inizio la mia storia.

Successe quindi che Prometeo, colui che pensa prima, un antico Titano, decise di forgiare con l’argilla i primi uomini.
Athena, una Dea forte, attiva e sapiente, volle aiutare Prometeo, e col suo soffio infuse la vita a queste creature di terra.
Tutto ciò però avvenne contro la volontà del padre degli Dei, Zeus.
Egli perciò, adirato, decise che gli umani non avrebbero mai avuto il fuoco, privilegio divino.
Prometeo però amava gli esseri che aveva creato, e soffriva vedendoli privi di calore, costretti a mangiare carne cruda, tremanti e fragili quando il sole non mostrava il suo volto nel cielo.
Non poteva sopportare tutto questo.
E compì una scelta fatale.
Rubò il fuoco agli Dei.
Gli uomini potevano godere delle calde fiamme ora.
I loro denti non erano più straziati dalla durezza della carne, che scaldata era morbida e succosa.
Erano appagati e felici.
Zeus, invece, più adirato che mai, escogitò un nuovo modo per nuocere agli uomini: mandare tra loro la prima donna.

Fu Efesto, il fabbro divino, a  raccogliere la terra nella quale riposavo e a darmi una forma definitiva.
Ero nuda e bellissima, piena di linfa vitale.
Il mio corpo gioiva nel movimento ed il mio cuore avrebbe voluto trasmettere a tutti il sapere antico di cui ero custode.
Fui chiamata Pandora, la ricca di doni, perché molto avevo da offrire.
Tuttavia capì ben presto che ciò che desideravo non poteva avvenire.
I nuovi Dei mi offrirono qualità che in realtà non mi appartenevano e coprirono il mio bel corpo, celando i miei misteri.
Mi misero vesti sontuose e luminosi gioielli di ogni tipo.
Così splendidamente ornata, mi mandarono tra gli uomini.
Precisamente fui portata da Prometeo e da suo fratello, Epimeteo.
Mi sentii lievemente a disagio, con Prometeo.
Era sempre in lotta con questi nuovi Dei, ma in definitiva apparteneva a loro, gli era simile, e il mio spirito antico non lo comprendeva.
E poi c’era Epimeteo, colui che pensa dopo.
Epimeteo era un uomo buono, semplice.
Era diverso dalla nuova stirpe divina. Era legato ad un sapere che quasi nessuno ormai ricordava.
Mi guardò e mi trovò bella e desiderabile ed io specchiandomi nei suoi occhi mi sentii capita e rispettata. Trovai in quegli occhi un po’ di ciò che colmava il mio cuore.
Erano come due poli opposti, i due fratelli, ed io stavo in mezzo a loro come l’ago di una bilancia che riesce a tenere gli elementi in equilibrio costante tra di loro di modo che questi si armonizzino.
Prometeo, che diffidava di Zeus, non volle nemmeno guardarmi negli occhi, e se ne andò via pieno di orribili presentimenti.
Epimeteo, che invece aveva fissato i miei occhi a lungo, ringraziò Zeus, tese la mano verso di me ed io la presi.
Da quel momento vivemmo insieme e fummo molto felici.

Epimeteo era dolce, e molto sensibile.
Amava il bello che c’è nel mondo, e la terra verde e bruna.
Era saggio e le sue azioni erano dettate dal cuore.
Per fare ciò che considerava giusto si affidava al suo intuito.
Era il custode di qualcosa di molto, molto sacro.
Custodiva un sapere che ci accomunava e ci rendeva ancora più innamorati, ancora più forti.
Ciò che simboleggiava questo sapere era rinchiuso in un vaso stupendo per la sua semplicità.
Un liscio e levigato vaso di terracotta, privo di ogni disegno.
Disadorno.
Ma sublime.
Epimeteo conosceva il suo contenuto, ma non aveva mai aperto il vaso, non aveva mai mostrato ad altri ciò che vi era al suo interno, perché gli era stato detto che così era giusto fare e perché era convinto, nell’intimo, che nessuno, anche se avesse guardato, avrebbe compreso realmente.
Io conoscevo il contenuto del vaso, e per un po’ mi accontentai di condividerlo solo con il mio sapiente e bel marito.
Ma dentro di me ardeva un fuoco segreto quanto il contenuto del vaso stesso.
Era una fiamma crepitante, esuberante come l’energia della schiusa in primavera.
Era un languore incontenibile che mi sussurrava di aprire quel vaso, di mettere quella conoscenza a disposizione di tutti perché era così bella e nobile che non poteva restare celata nell’ombra per sempre, se voleva continuare a perpetrarsi. Se non voleva morire piano piano, nel cuore degli uomini.
Epimeteo sapeva che ero inquieta, ma taceva. Aspettava che giungesse il giorno in cui, di mia spontanea volontà, gli avessi detto cosa si agitava dentro di me.
E quel giorno venne presto.
Epimeteo mi ascoltò attentamente, in silenzio.
Vedevo che era tormentato dall’incertezza ma come sempre, in questi casi, si affidò al suo cuore e questi gli sussurrò che era giusto tentare di aprire il vaso ed accettare ciò che sarebbe successo.
Così, mentre Epimeteo sosteneva il vaso, io alzai il coperchio.
Zeus, dalle sue nubi irraggiungibili, sorrideva beffardo.

L’interno del vaso profumava di Terra fresca, di muschio, di fiori.
Sprigionava aromi di piante e di caverne, d’acqua fresca, di nubi e di mare.
Era un vento leggero che sussurrava il ritmo ciclico della Natura, il suo nascere, crescere, vivere e morire per poi nuovamente rifiorire.
Ne narrava l’essenza più vera, che è dolce come la rinascita della primavera, e terribile come il gelo dell’inverno. Perché la natura dona e tuttavia sottrae. Crea la vita, e distribuisce la morte.
Il contenuto del vaso era un’infinita storia del susseguirsi armonico di vari stati dell’essere.
Era il divenire.
Era il cambiamento.
Era l’estasi ed il tormento. La gioia e la sofferenza.
Era la vita stessa nel suo stupendo arazzo che tutto comprende.

Ma mio marito aveva ragione.
Nessuno capì.
E così dissero che avevo portato all’umanità ogni malessere.
Avevo portato la morte dove prima non c’era.
Avevo deturpato la vita. Avevo creato la sofferenza.
Divisero ciò che è bene da ciò che è male. Divisero ciò che prima era unito.
Diedero un giudizio a qualcosa che non poteva essere giudicato, a qualcosa che semplicemente era, ed era bellissimo nella sua essenza iniziatica.
E dissero che solo la speranza rimase nel vaso, ad agitarsi.
Piansi calde lacrime.
Ma nemmeno quelle servirono, a spegnere il mio fuoco interiore.
Quello sarà sempre acceso, sempre.
È quel fuoco la speranza che è rimasta dentro di me, dentro al mio ventre tondo che è liscio e levigato come quel sacro vaso proibito.
Ed è nel mio grembo ora che il mutamento avviene.
Perché aspetto una piccola bambina.
Una nuova vita che nasce e prende forma dentro di me.
So che sarà una donna.
La chiamerò Pirra, la bionda.
Bionda come il sole, bionda come il grano dorato.
Non smetterò mai di insegnarle le storie antiche.
E lei potrà tramandarle a sua figlia.
E la figlia a sua figlia.
In modo che, da donna a donna, questa conoscenza non andrà persa.
Certo, ci saranno donne che dimenticheranno tutto questo.
Ma coloro che ricorderanno custodiranno questo fuoco, e lo tramanderanno a loro volta, e lo condivideranno con i loro compagni e non permetteranno mai che si spenga del tutto.

Io riposo nella Terra a cui appartengo ora.
Il suo corpo è il mio corpo.
Come è stato all’inizio del tempo e come continuerà ad essere, per sempre.


Pandora2

 

Categorie: mitologia greca

Scritto da: RunaDelGiglio alle 14:19 | La Mia Grotta | Lasciami dei commenti (9) |


giovedì, 15 ottobre 2009

L'unicorno

Ha posato
il suo mistero
sul mio grembo
capiente
e, piena di infantile
stupore,
l'ho ammirato
e l'ho cullato
perdendomi
in quelle spirali
argentee
di dorata sensualità.

Sono sua ora.

Il mio ventre
custodisce
ciò che nulla
può dire.

gustave-moreau-les-licornes-1885_

Gustave Moureau

Categorie: poesia, a mon seul desir

Scritto da: RunaDelGiglio alle 19:30 | La Mia Grotta | Lasciami dei commenti (6) |


domenica, 11 ottobre 2009

Il bisso di Pandora

Tessono fili
d'anima dorati
dal loro ombelico dolce
le donne
sedute in cerchio,
evocando
canti antichi.

E si riversa
il miele ambrato
come volo d'api
vaticinanti
nel calderone ch'è il centro.

Risplende di bellezza
e speranza,
la semplice giara,
come il vaso di colei che,
generosa e terribile,
elargisce tutti i doni.

Pandora

Volevo ringraziare infinitamente Arianna per avermi donato l'immagine di bellezza e pura ispirazione che ha fatto nascere nel mio cuore questa poesia.
Se non sapete cosa sia il bisso e avete un guizzo di genuina curiosità vi invito ad andare  avedere il sito che ho tra i link, del maestro Chiara Vigo, e a leggere attentamente tutto ciò che vi è scritto.
Perchè l'antico fuoco possa rimanere vivo sempre.

 

Categorie: poesia

Scritto da: RunaDelGiglio alle 13:47 | La Mia Grotta | Lasciami dei commenti (8) |



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